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Galeffi presenta “Belvedere”: “Dopo la pandemia, un album per guardare fuori”

Era da poco uscito “Settebello” quando nel 2020 la pandemia aveva sorpreso Galeffi interrompendo la promozione del suo secondo album e spingendolo ad annullare definitivamente il tour in programma. Marco Cantagalli, questo il vero nome dell’artista romano che nel 2017 si è affermato grazie al brano “Occhiaie” e al primo album “Scudetto”, ha voluto ricominciare da capo e sfruttare la pausa forzata del Covid-19 per sperimentare un nuovo modo di fare musica. Il risultato si chiama “Belvedere”, l’album pubblicato il 20 maggio e anticipato dai singoli “Appassire” e “Divano Nostalgia”, nato con l’intenzione di tornare a guardare fuori dopo lunghi mesi di lockdown.

 

 

Sei ripartito alla grande, con tanti impegni…
Sì, moltissimi. In realtà vengo anche da giorni di festa romanista per la vittoria della Conference League, perché non mi sono risparmiato. Quando i giocatori hanno sfilato sul bus scoperto, purtroppo non ero a Roma. Sono andati a festeggiare tutti i miei amici, anche mio fratello, ho rosicato da morire… Però la sera prima ho fatto le sei al Colosseo, sono rimasto senza voce.

 

Conoscendo la tua fede giallorossa, questa chiacchierata non potrebbe non partire dalla Roma
È quasi un’ossessione. Infatti, lo sanno tutti perché sono proprio malato della Roma e di pallone in generale. In realtà io sono un giornalista sportivo, iscritto all’Albo dal 2012/2013 e collaboravo con diverse testate. La passione c’è da quando sono piccolo, pensa che sono nato rompendo una costola a mia madre, che ha portato al parto con qualche giorno di anticipo. E mio padre diceva sempre che sarei diventato calciatore, visto che giocavo a pallone anche nella pancia.

 

Hai presentato questo nuovo album come una sorta di nuovo inizio, un nuovo esordio. Ce lo racconti più nel dettaglio?

 

In questa tua analisi ci sono tanti spunti, a partire dal momento di crisi che hai vissuto durante il lockdown: il nuovo album è stato l’obiettivo finale di una tua ripartenza, oppure è stata la cura? Insomma, il mezzo o il fine?
Forse il mezzo, anche se inizialmente pensavo fosse il fine. All’inizio volevo pormi un obiettivo, quindi non avevo la consapevolezza che attraverso la musica riuscivo ad andare avanti. Oggi che l’ho chiuso posso dirti che è stato il mezzo.

 

Il tuo disco si apre con “Un sogno”, che a livello visivo fa pensare a qualcosa che guarda al futuro, per poi chiudersi con “Malinconia mon amour”, con un chiaro riferimento al passato. È come se si chiudesse un cerchio e non credo sia casuale la scelta di mettere questi due brani all’inizio e alla fine.
Mi fa piacere la tua intuizione e ti ringrazio per questo. Il senso era esattamente quello, iniziare con un sogno, quindi un invito a chiudere gli occhi e a non avere pregiudizi di alcun genere. E si conclude perché quando ci si sveglia il sogno è finito e la possibilità di guardarsi indietro c’è, il passato fa parte di quello che ci accade anche oggi e domani. C’è un’idea di simmetria.

Un altro brano molto importante del nuovo album è “Appassire”, in cui nel ritornello parli del tentativo di essere felici. Credi di aver intuito quale sia la tua vera felicità?
Credo la libertà. Anche quella intellettuale, il non pregiudizio. Ovviamente la canzone parla di una felicità condivisa, molto spesso con la mia ex – a cui la canzone è ispirata – io le dicevo che stavamo vivendo gli anni più belli della nostra vita (mi riferisco al tempo pre pandemia) ma non lo sapevamo. Io avevo la sensazione che fosse così, ma non ce lo siamo mai detti perché anche nelle relazioni si tende a dare per scontate determinate cose, oppure non si capisce perché “appassiscono”. E mi riferisco a quello, a una felicità condivisa.
Io sono felice quando mi sento libero di esprimermi con la musica che faccio, libero di esprimermi con gli amici, e sicuramente libero anche nelle relazioni. Per me la gelosia, ad esempio, è una di quelle cose che non riconosco e non comprendo. Nel rispetto degli altri, sono per la libertà in ogni sua forma. Libertà è anche verità.

 

Questa libertà la trasmetti anche nell’approccio che hai nel tuo modo di lavorare, continui a esplorare cose nuove, non segui delle regole precise nemmeno a livello di mercato.
Sono consapevole che tutto questo è difficile e le scelte fatte non soddisfano tutti, nemmeno alcuni miei fan. Però serve a me, mi va e ho la libertà di farlo. Penso che sia una modalità diversa di arrivare, magari in maniera angolare, laterale, come hanno fatto personaggi celebri in varie arti. Paradossalmente la mia confort zone è non essere nella confort zone, quindi è stata una conseguenza naturale del mio modo di pensare.

 

Questa varietà ti ha permesso di esplorare diversi stili musicali, quale sarà il passaggio successivo?
In questo momento non so rispondere. Ora sono nella fase post-parto del disco, quindi di depressione. Penso di non saper scrivere un altro disco bello come questo, che con la metà dell’impegno avrei avuto l’energia necessaria per fare subito un altro album. Al momento sono fermo e non mi va di forzare le cose, anche perché “Belvedere” è uscito pochi giorni fa quindi ho un’estate per pensarci su. Farò delle date live, prima di annunciare il vero tour che avverrà verso la fine dell’autunno. E poi vedremo, ho delle idee vaghe, mi interessa molto la canzone italiana del dopoguerra, mi interessa la canzone napoletana, mi manca però l’elemento per fare di questi spunti un qualche cosa di concreto. Probabilmente una canzone che la rappresenti, un po’ come è “Dolcevita”. O aspetto la canzone che in maniera naturale mi indirizzi il percorso, oppure mi piacerebbe esplorare la canzone italiana vecchia, quella dei grammofoni.

 

C’è una caratteristica che più di altre hai affinato lavorando a questo album
L’utilizzo della voce. Nei primi due dischi l’ho sfruttata molto sulle medio-alte o sulle note alte, perché avevo la percezione che il ritornello e la tecnica fine a se stessa fossero due armi forti e che spesso andavano insieme, fare un ritornello super cantato, da accendino, e dimostrare di arrivare bene alle note alte. Invece in questo disco c’è una dinamica maggiore. Potrei paragonarlo al cinema coreano, dove i film inizialmente sembrano lenti, ridondanti, superflui, ma poi all’improvviso torna tutto e l’intensità cresce fino a un climax che coincide con il finale. Credo che l’utilizzo della voce, ma anche dei suoni, abbia un percorso simile, con più storia all’interno di ogni canzone.

 

Questo disco non contiene nessuna traccia strumentale, a differenza dei due precedenti. Immagino che sia per il discorso che hai appena fatto in merito alla voce…

 

So che non ti piace essere categorizzato, però se osserviamo la scena Indie, c’è stata una vera esplosione della scena romana. Tu come te la spieghi?
In realtà la moda adesso non c’è più, è finita. Credo però che sia dipesa dalla città, come puoi vedere in questi giorni anche dal calore della tifoseria della Roma. Si tratta comunque di una città difficile in cui vivere, è una città ostica, che non ti aiuta. Ovviamente non stiamo parlando di una zona di guerra, è da prendere con le dovute proporzioni, però devi essere bravo a guidare perché è piena di buche, i mezzi funzionano ancora poco nonostante i miglioramenti degli ultimi anni, è una città gigante, sporca, decaduta. E ti impone di svegliarti tutti i giorni con la consapevolezza che devi guadagnarti il pane. Però c’è anche questo incredibile ossimoro che la rende magica, una delle più belle al mondo.
Questa abitudine ad andare in profondità alle cose, a vivere sempre con i sensi sviluppati per sopravvivere, aggiunto alla noia di un movimento musicale molto povero negli ultimi quindici anni, è la vera risposta alla tua domanda.

di Alessandro Ventre

 

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